Gabriele D’Annunzio
dannunzio.jpg (11241 bytes)

Nostra spiaggia pisana,

amor di nostro sangue,

vita di sabbie e d’acque

silvana e litorana,

o ferma creatura

nella qual si compiacque

un’arte che non langue

non trema e non s’offusca,

terra lieve e robusta

che lineata pare

dalla mano sicura

del figulo onde nacque

il purissimo vaso

che vale e non corusca

né pesa, specie pura,

l’orgoglio della mensa

e della tomba etrusca,

il fiore delle forme

nel cielo senza occaso,

or qual mai novo caso

fece che dall’immensa

Asia o Africa usta

sen venisse il deforme

somiero a stampar l’orme

su la tua levità

divina, come fa

il giumento crinito

dal tranquillo occhio amico

dell’uomo, a someggiare

con la sua gobba onusta

le spoglie dell’angusta

selva tra l’Arno e il Mare?

 

Passano per la macchia,

vanno verso la ripa,

tra i mucchi di legname,

tra i cumuli di stipa,

i camelli gibbuti,

carichi di fascine

di ramaglia e di strame,

sì gravi e tristi e muti!

Sotto i lor piè distorti

scricchiolano le pine

aride, gli aghi morti.

Ròtea la mulacchia

nel cielo ingombro d’afa;

e a quando a quando gracchia.

Cola e odora la ragia.

S’odono su le Lame

di Fuore le cavalle

nitrire a quando a quando;

e più sottil nitrito

e più tremulo s’ode

rispondere e più fresco,

dei puledri novelli.

Passano per la macchia

gravi e tristi i camelli.

Non il loro Barberesco

li guida ma il bifolco

toscano, con l’antica

voce che i padri suoi

usarono pel solco

ad incitare i buoi

tardi nella fatica.

Vanno i callosi cuoi.

 

Giungono alla radura

per deporre i lor fasci.

Ecco, subitamente

ciascun par che s’accasci

per esalare il fiato,

per quivi infracidire.

Si piegan sui ginocchi

con un grido sommesso.

Poi sbadigliano al sole.

Appar la gialla chiostra

dei denti aspri, il palato

violaceo. S’ode

salire nelle gole

serpentine e lanose

un gorgòglio intermesso.

Treman le labbra molli

e lacrimano i bruni occhi

esanimi, gli specchi

inerti dei deserti

e dei palmeti. Vecchi

sembran della vecchiezza

del Mondo questi grandi

esuli, oppressi e affranti

da tutta la stanchezza

che addolora la carne

viva sopra la faccia

della Terra discorde.

S’alzano senza il peso.

Lunghe dal fianco spoglio

Trascinano le corde

giù per la traccia. E s’ode

quel loro triste gorgòglio.

 

Tali forse li vide

in lor piagge natali,

e n’ebbe orrore, il buono

mercatante pisano

che fu predato e tratto

prigione dai corsali

in paese lontano.

Volle la mala sorte

Ch’egli incappasse in una

Fusta di Barbereschi,

che armava ventidue

remi per banda, forte

e veloce a saetta.

E per le mani ladre

perse le robe sue

la cocca a vele quadre

e la mercatanzia.

E fu messo in ritorte.

E schiavo in Barberia

gran tempo si rimase.

E macinava il grano

a braccia, tratto tratto

udendo il grido vano

del camello percosso,

triste sino alla morte.

Poi tornò, per riscatto,

a Pisa, alle sue case.

E fecesi un palagio

novo a specchio dell’Arno.

Memore del malvagio

servire, ALLA GIORNATA

scrisse nell’architrave.

E l’Arno era soave.

Gabriele D’Annunzio, Alcyone, 1903

 

[…] Più foschi

i boschi di San Rossore

fan di sé cupa chiostra;

ma i più lontani

verso il Gombo, verso il Serchio

son quasi azzurri.

Dormono i Monti Pisani

coperti da inerti

cumuli di vapore.

Gabriele D’Annunzio, Alcyone, Meriggio, 1903

 

La casa ch’io m’ebbi un tempo alla foce dell’Arno tra i ginestri arsicci e le foglie marine…..Era tanto prossima al frangente che dalla finestra non si vedeva se non il flutto come da un’altra prora.

Gabriele D’Annunzio, La contemplazione della morte

 

 

[L’Arno, ndr.] era fulvido come la riviera accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all’orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutti si riversasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l’urna quadrilunga ov’ella custodisce per secoli un pugno di terra santa. (…..) [L’Ardea, ndr.] roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei Miracoli. Sorvolò le cinque navi concluse del Duomo, l’implicito serto del Campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti…Il Camposanto!…la grande urna quadrilunga ove la forza della città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le mani in croce sul petto…

Gabriele D’Annunzio, Forse che sì, forse che no, 1910

 

 

Mio caro Giorgio,

io non arrivo mai a liberarmi da l’incantesimo toscano. Sono da qualche giorno a Pisa che è primaverile e tuta d’argento.

Passo delle lunghe ore al sole sui gradini del Duomo, sotto le mura merlate, di contro una porta di bronzo mentre simboli parlano al mio animo silenzioso…

Gabriele D’Annunzio, Epistolario, lettera al sig. Hèrelle, 16 gennaio 1896

 

Mi ricordo di un acquazzone di marzo a Pisa. Eravamo su la Piazza del Duomo. Ci rifugiammo sotto l’architrave della porta maggiore, scrollando le gocciole. Là c’indugiammo ad aspettare che spiovesse. Imbres effugio, diceva nella porta l’emblema parlante. La pioggia annaffiava l’erba corta, con un crepitio eguale che ci pareva intimo come il romore della conchiglia accostata all’orecchio. Premuti contro il bronzo dei battenti, incominciammo a possederlo, a mescolarci con esso. L’umidità pareva accrescere il pregio della materia. Come fanciulli curiosi, mettevamo le dita nel fogliame di metallo, palpavamo le piccole teste inghirlandate che s’affacciavano di tra le olive e la fronda. Sopra di noi parlavano i simboli: Fons signatus, Hortus conclusus.

Attoniti, tra il fogliame andavamo scoprendo le lucertole le lumache le rane gli uccelli i frutti, senza numero. Avevamo nelle dita il piacere dell’artista che aveva modellate le forme, la sua sapienza, il suo capriccio. Quanto più miravamo il bronzo, tanto più la sua patina diveniva ricca, possente, profonda. S’arricchiva dei nostri occhi affettuosi, e ci rendeva amore per amore. Sopra di noi parlavano i simboli: Onustior humilior, Tantummodo fulcimentum.

Il croscio andava sminuendo. Ci pareva giungesse fino a noi e in noi si spegnesse come l’armonia che fa l’eco interna del Battistero. Il prato deserto aveva non so che derelitta dolcezza, lungh’esse le mura della vecchia città di parte. Il Camposanto dell’arcivescovo Ubaldo era chiuso e raccolto intorno alle sue cinquantatre stive di terra del Calvario.

Allora scendemmo dalla soglia liscia. Abbandonammo il bronzo e il marmo per l’erba. Imbruniva. Eravamo soli. E la vita ci conduceva per la mano indulgentemente.

Si diceva che dalle gore e dai canali, di là dal Camposanto si levasse verso sera una febbre tacita e venisse a vagare pel prato pio. Ma non sentimmo se non il brivido della primavera molliccia.

Camminavamo tra il muro del Camposanto e il fianco del Duomo, dov’era uno spazio mistico per la nostra musica. Alla nostra fantasia gli affreschi interni traspiravano di fuori.

E la nostra musica aveva la faccia di quella donna vestita che si china con la gota sopra il suo salterio.

Ero vigile, e attento alla mia voglia.

Ero quel che sono quando la mia natura e la mia cultura, la mia sensualità e la mia intelligenza cessano di lottare e si conciliano compiutamente.

Ero un mistero musicale, con in bocca il sapore del mondo.

Quando mi soffermavo, la mia compagna, che per me aveva nome Ghisola, mi chiedeva: "Che cerchi?".

Imbruniva. L’ombra del marmo era cerulea. E’ quello un marmo che a vespro fa il turchino come i lapislazzuli. Inazzurrava l’erba, quasi come una pennellata d’oltremare.

Il silenzio si apriva dinanzi a noi, si partiva a destra e a sinistra fluendo lungo i nostri fianchi come il fiume leviga il nuotatore. Il nostro sentimento era semplice e ineffabile. Eravamo poveri e leggeri, eravamo ricchi e leggeri. Eravamo come due mendicanti senza bisaccia e come due regnanti senza diadema.

"Che cerchi?", mi domandava la Ghisolabella, a intervalli, come in una cadenza.

Ero un cercatore magico di tesori o di sorgenti? Avevo in me tutte le mie sorgenti e tutti i miei tesori.

Cercavo la mia voglia. Ed ecco che avevo trovato!

Mi soffermai socchiudendo gli occhi per contenere sotto le palpebre la mia felicità. Più non ero se non un solo senso. Tutto il mio cervello palpitava con le mie nari sagaci.

Mi curvai nell’ombra umida, frugai destramente con le dita l’erba umida. Anche la mia faccia china si sentiva tinta d’oltremare; anche le mie mani si facevano azzurricce.

"Ma che cerchi? Che cerchi?"

Avevo scoperto un ciuffo di violette.

Gabriele D’Annunzio, Notturno, 1918

 

 

Da San Rossore, dal ponte che solevo traversare a cavallo con la mia triplice muta di cani di enigmi e di strattagemmi salgono e scrosciano i sussulti gli insulti di varie donne, e fra i nomi, o meglio nomignoli, di queste fu quello di Nike. Quanta vita calpestata! Quanta passione!…

Gabriele D’Annunzio, Libro segreto, 1935

 

Ma il tuo segreto è forse tra i due neri

Cipressi nati dal seno

De la morte, incontro alla foresta trionfale

Di giovinezze e d’arbori che in festa

L’artefice creò sui sordi e ciechi

Muri come su un ciel sereno.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechi

il mio spirto fuor della tempesta,

a mutar d’ale.

Gabriele D’Annunzio, Elettra, Le città del silenzio, 1903, sul Camposanto

 

(…) A traverso i cristalli si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d’oro sparse d’alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce pacifica dell’Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le cascine di S. Rossore, le montagne di Carrara marmifera…

Gabriele D’Annunzio, La Gioconda, 1898

 

 

O Marina di Pisa, quando folgora

il solleone!

Le lodolette cantan su le pratora

di San Rossore

e le cicale cantano sui platani

d’Arno a tenzone.

(…) Come l’Estate porta l’oro in bocca

L’Arno porta il silenzio alla sua foce.

Gabriele D’Annunzio, Alcyone, 1903

 

 

Bocca di donna non mi fu di tanta

soavità nell’amorosa via

(se non la tua, se non la tua, presente)

come la bocca pallida e silente

del fiumicel che nasce in Falterona.

Gabriele D’Annunzio, Bocca d’Arno, 1909

 

 

 

INDICE GENERALE