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IL
GIOCO DEL PONTE
Come
si disputava anticamente il Gioco del Ponte
Il
Ponte, sede della Battaglia, era il Ponte Vecchio, corrispondente
all’attuale Ponte di Mezzo, e scopo dello scontro era la conquista di
una parte o di tutta la metà occupata dalla fazione avversaria.
I
giocatori di entrambe le Parti, Tramontana a Nord, Mezzogiorno a Sud,
erano suddivisi in squadre composte ciascuna da 50 o 60 soldati. Le due
fazioni contrapposte erano articolate in un numero variabile di squadre.
Si sono succedute anche edizioni in cui si sono riscontrate disparità
tra le squadre che componevano le due fazioni. Le squadre venivano
individuate dal nome dell’armatore o desunta direttamente dal costume
di fantasia indossato. Ogni squadra si distingueva per propri colori ed
insegne. I costumi seguivano la moda del tempo, quando addirittura non
si creava un abbigliamento di fantasia che si rifaceva al periodo delle
imprese miliari contro i Turchi, o all’epoca classica, con foggia
romana o greca. Le squadre caratterizzate dalla denominazione di
fantasia tendono ad acquisire, con il passare del tempo, una
denominazione di ordine topologico e si stabilizzano nel numero di
dodici. Così i costumi dei combattenti acquistano una foggia unica: i
colori contraddistinguono le squadre. La camiciola in tela di taglio
sciolto e largo, con mezze maniche, lunga fino alle ginocchia, ed aperta
sul davanti, veniva indossata sopra le protezioni composte da
imbottiture ed armature.
Le
Parti si schieravano in corrispondenza dell’antenna che segnava la
mezzeria del Ponte “impostando” le proprie schiere secondo precisi
schemi per attuare specifiche tattiche militari. Le “tecniche di
guerra” nel corso dei secoli subirono una lenta e graduale
modificazione. Nell’Oplomachia del Borghi viene chiaramente indicato
l’utilizzo di due “Forti” o “Affronti” per ciascuna parte,
che, composti da 60 soldati ciascuno, venivano posti in mezzo al ponte
(a delimitare il territorio di competenza) per fare da torri, impedendo
l’accesso nel proprio campo ai soldati nemici. Tra i forti rimaneva
uno stretto corridoio (la “Buca”) nel quale venivano inviati altri
gruppi di soldati, affiancati dai “Celatini”: combattenti leggeri,
che avevano il compito di sgretolare i forti avversari, catturare i
soldati nemici e trascinarli nel proprio Campo. Lo studio delle tattiche
per l’impostazione dei forti, dei Celatini, e delle altre truppe
fresche di rinforzo era di competenza del Generale e del proprio
Consiglio di Guerra.
L’affermarsi
di alcune consuetudini, portarono alla codifica di una serie di
stratagemmi: far indietreggiare un proprio “forte” per invitare in
avanti il nemico, prenderlo su di un fianco e catturarne il maggior
numero possibile di uomini; oppure impostare un falso “forte“,
magari scambiando le sopravvesti dei soldati, per intervenire poi
massicciamente a sorpresa.
La
durata dei combattimenti, che in origine era di due ore, venne poi
fissata in 45’, al termine dei quali si cercava di “far Bastione”
utilizzando tutte le truppe disponibili in un ultimo sforzo, per
mantenere il terreno conquistato o per cercare di recuperare quello
perduto.
Con
il passare delle edizioni il combattimento impostato sui due “forti”
si trasformò in scontro in unica falange. La falange doveva cercare di
restare sempre intatta, coperta e protetta da altre truppe che fungevano
da “fodera”. Così si puntava soprattutto alla conservazione del
terreno, assicurandosi innanzitutto la sicurezza di non perdere.
L’ingresso di truppe fresche era ridotto a sei uomini ogni due minuti
in soccorso del “forte”.
I
combattimenti assunsero pertanto una forma più statica, ma non per
questo meno spettacolare. Quando l’equilibrio si rompeva potevano
verificarsi clamorose vittorie, come quella conseguita da Mezzogiorno
nel 1716, che in meno di 25 minuti riuscì a disperdere il forte nemico,
facendo ben 265 prigionieri.
Con
il passare degli anni, la presenza Medicea nel Gioco rallentò, dando
spazio ad una maggiore autonomia della nobiltà e borghesia pisana che
aveva sempre considerato il Gioco del Ponte elemento di “pisanità”,
quasi una rivincita, anche se occasionale, sul destino che aveva visto
Pisa, un tempo città stato, soggetta alla dominazione fiorentina.
Questo desiderio di autonomia, e l’esasperarsi dell’agonismo sul
Ponte, resero il Gioco del Ponte poco gradito a Pietro Leopoldo,
Granduca di Toscana, tanto che dopo una sfarzosa edizione del 1785,
favorita per motivi strettamente politici, il sovrano non concesse più
il permesso di effettuare la famosa Battaglia, che conoscerà così il
suo primo lungo periodo di interruzione, fino al 1807. |
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