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Posta della Sezione

Una sfida difficile
Testimonianza della madre di un ragazzo dislessico

E’ questa l’immagine di uno spaccato di vita, con l’ auspicio che si possa percepire la speranza, la delusione, il dolore, l’emozione, la rabbia, l’attesa, giammai la rassegnazione, di una mamma che tenta in tutti i modi di aiutare il proprio figlio.
I protagonisti di questa storia sono due genitori qualunque, il loro bambino e le sue difficoltà; quindi una famiglia che vive un disagio.
Andrea abita in un piccolo paese, vive una vita di relazioni sociali semplici, con i nonni, i pochi parenti più stretti ed una coppia d’amici che ha come figlio un bambino coetaneo di Andrea.
Fino al terzo anno di età il piccolo vive in famiglia, trascorrendo esclusivamente con i nonni il tempo in cui i genitori sono impegnati per il lavoro. Poi avviene l’ingresso nella scuola materna; e qui i genitori, soprattutto la mamma, cominciano ad intravedere i segni di una inadeguatezza delle abilità e delle competenze del figlio. Durante il secondo anno di scuola materna Andrea continua a dimostrare delle immaturità globali: è sempre in movimento, ha difficoltà d’attenzione, ha un vocabolario molto ristretto, un linguaggio espressivo contratto; anche le maestre sottolineano la sua scarsa autonomia ed una minima concentrazione nelle attività che gli vengono proposte.
 A questo punto i genitori, dopo aver chiesto consiglio alla pediatra, lo portano dagli operatori sanitari competenti, e inizia così “il lungo viaggio nel territorio della riabilitazione”. Questo trattamento prosegue per quasi tre anni, prima con frequenza settimanale, poi quindicinale.

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Un po’ prima dell’inizio dell’anno scolastico “partono” dalla terapista i primi dubbi, le perplessità riguardo la scelta fatta dai genitori nei confronti della scuola a cui iscriverlo. Il padre, che per lavoro si trasferisce fuori regione, pensando alla gestione della famiglia, all’impegno professionale della moglie, al proseguimento delle sedute di riabilitazione, sceglie una scuola a tempo pieno, al fine di non aggravare ulteriormente gl’impegni della mamma con la necessaria guida del figlio nei compiti scolastici. In breve, sin dai primi mesi di frequenza nella scuola elementare si evidenziano, amplificate, le numerose difficoltà, ancora da superare, sintetizzabili in un’immaturità nei confronti dei prerequisiti che il bambino dovrebbe già possedere, ma che non ha. Inoltre persiste il disturbo nel linguaggio, che rende talvolta difficile la sua comprensione, con scambi ancora frequenti di consonanti, inciampi nelle parole, difficoltà di articolazione, fatica.
E’ proprio durante il primo incontro con l’insegnante di classe che viene fuori tutto ciò che Andrea non sa: non segue, ha tempi d’attenzione limitati, chiacchiera con i compagni, chiede di andare al bagno in continuazione, è disordinato, perde spesso o è sprovvisto di matite, gomme, colori, non sa copiare dalla lavagna, ha difficoltà d’orientamento nelle dimensioni spazio-temporali, non è autonomo (non sa legarsi le scarpe, non si riabbottona il grembiule), non impara i nomi dei compagni, né delle maestre, è lento nell’esecuzione dei compiti assegnati.
La mamma, a sentire tutti questi “non sa fare”, sempre più si fa piccina piccina, tant’è che riesce solo a trovare il coraggio di chiedere: -Ma ….almeno mangia?…-
Il bambino doveva maturare quanto prima, recuperare delle abilità, rincorrere poi il traguardo della lettura e scrittura che gli altri avevano già raggiunto da mesi, ma che per lui era estremamente impervio! E anche con i numeri non se la diceva, perché li confondeva, e nella numerazione all’indietro si perdeva sempre.
Gravata da questa descrizione avvilente, nel tentativo di fargli recuperare quanto più possibile, tutti i pomeriggi Andrea viene stimolato con compiti di rinforzo e di recupero, ma lui fa ogni giorno più fatica, è svogliato, collabora impegnandosi sempre meno. Tutto lo distrae, l’attenzione prestata è minima, subito si stanca e la motivazione ad apprendere è inesistente.
Così comincia per la madre l’insofferenza verso colui che non impara, non ripaga doverosamente l’impegno, la passione, il tempo che gli viene dedicato. Tutto si complica, perché l’apprendimento scolastico diventa motivo di una richiesta che si fa più pressante, ma che, però, non riceve gratificazioni; anzi….
A un certo punto la mamma chiede ad un’amica insegnante di aiutarla, pensando che lei possa avere maggiore autorevolezza con il bambino; intanto il rapporto madre-figlio si fa sempre più teso, conflittuale.
Perché questo bambino non riesce a svolgere compiti che fanno tutti, al di là dell’essere più o meno maturi?
Eppure i familiari lo seguono, talvolta tartassandolo di stimoli, raccomandazioni, ammonimenti, rimproveri. Tutte queste domande, che non trovano una risposta adeguata, creano un clima in cui l’ansia si ripropone giornalmente.
Come riuscire a trovare le “parole per dirlo”? descrivere la preoccupazione, il senso di disagio e d’inadeguatezza, il disorientamento, la frustrazione che cresce, giorno        dopo giorno, all’interno di quella famiglia?
Sono anni faticosi, sempre di più, perché Andrea rimane, comunque, indietro rispetto agli altri compagni di scuola…
Instancabili nel cercare di capire e di dare un nome al problema, i genitori consultano diversi esperti, più o meno “esperti”, per la verità quelli nei quali si sono imbattuti, pagando profumatamente, nei centri privati, tutti coloro che sostengono, talvolta anche “illusoriamente”, di poterli aiutare.
E intanto passano gli anni, fra aspettative e illusioni, il bambino perde la stima di se stesso, perché subito si accorge che non sa fare, ha bisogno di più tempo, che la scuola non può, non vuole, o non sa dare. Solo nel secondo quadrimestre della terza elementare uno specialista competente riconosce e dà un nome al problema di Andrea: DISLESSIA.Finalmente, almeno, essi sanno che cosa dover affrontare, e sanno di dover subito cercare un aiuto specifico nel supporto logopedico.
I due genitori si rendono conto che l’ essersi assunti il compito di fare da insegnanti per il loro figlio è duro, perchè non si possono confondere i ruoli: dove sono implicati i sentimenti, le aspettative non soddisfatte creano rifiuti, ostilità che, inevitabilmente, si ripercuotono in tutti i rapporti. Solo adesso, dopo tutto questo percorso accidentato, gradualmente, la mamma, distanziandosi dal problema scolastico, paradossalmente recupera la relazione emotivo-affettiva con Andrea.
La solidarietà, sperimentata concretamente nell’Associazione, che aiuta bambini e genitori a non sentirsi completamente soli, allo sbaraglio di fronte ad una problematica così poco conosciuta, ha consentito di recuperare e trovare nuove energie, l’emozione di un amore che ha sofferto, ma che può dare e ricevere ancora tanto nutrendosi scambievolmente. Questa storia non si conclude con un epilogo felice o triste: le pagine a seguire sono bianche, tutte ancora da scrivere.…………….
E’ evidente che si tratta, in ogni modo, di una sfida difficile, ma per affrontarla non possiamo essere soli!

                                                                                                        testimonianza della madre di un ragazzo dislessico