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Un po’ prima dell’inizio dell’anno scolastico
“partono” dalla terapista i primi dubbi, le perplessità riguardo la
scelta fatta dai genitori nei confronti della scuola a cui iscriverlo. Il
padre, che per lavoro si trasferisce fuori regione, pensando alla gestione
della famiglia, all’impegno professionale della moglie, al proseguimento
delle sedute di riabilitazione, sceglie una scuola a tempo pieno, al fine
di non aggravare ulteriormente gl’impegni della mamma con la necessaria
guida del figlio nei compiti scolastici. In breve, sin dai primi mesi di
frequenza nella scuola elementare si evidenziano, amplificate, le numerose
difficoltà, ancora da superare, sintetizzabili in un’immaturità nei
confronti dei prerequisiti che il bambino dovrebbe già possedere, ma che
non ha. Inoltre persiste il disturbo nel linguaggio, che rende talvolta
difficile la sua comprensione, con scambi ancora frequenti di consonanti,
inciampi nelle parole, difficoltà di articolazione, fatica.
E’ proprio durante il primo incontro con
l’insegnante di classe che viene fuori tutto ciò che Andrea non sa: non
segue, ha tempi d’attenzione limitati, chiacchiera con i compagni,
chiede di andare al bagno in continuazione, è disordinato, perde spesso o
è sprovvisto di matite, gomme, colori, non sa copiare dalla lavagna, ha
difficoltà d’orientamento nelle dimensioni spazio-temporali, non è
autonomo (non sa legarsi le scarpe, non si riabbottona il grembiule), non
impara i nomi dei compagni, né delle maestre, è lento nell’esecuzione
dei compiti assegnati.
La mamma, a sentire
tutti questi “non sa fare”, sempre più si fa piccina piccina, tant’è
che riesce solo a trovare il coraggio di chiedere: -Ma ….almeno
mangia?…-
Il bambino doveva maturare quanto prima, recuperare delle abilità,
rincorrere poi il traguardo della lettura e scrittura che gli altri
avevano già raggiunto da mesi, ma che per lui era estremamente impervio!
E anche con i numeri non se la diceva, perché li confondeva, e nella
numerazione all’indietro si perdeva sempre.
Gravata da questa descrizione avvilente, nel tentativo di fargli
recuperare quanto più possibile, tutti i pomeriggi Andrea viene stimolato
con compiti di rinforzo e di recupero, ma lui fa ogni giorno più fatica,
è svogliato, collabora impegnandosi sempre meno. Tutto lo distrae,
l’attenzione prestata è minima, subito si stanca e la motivazione ad
apprendere è inesistente.
Così comincia per la madre l’insofferenza verso colui che non impara,
non ripaga doverosamente l’impegno, la passione, il tempo che gli viene
dedicato. Tutto si complica, perché l’apprendimento scolastico diventa
motivo di una richiesta che si fa più pressante, ma che, però, non
riceve gratificazioni; anzi….
A un certo punto la mamma chiede ad un’amica insegnante di aiutarla,
pensando che lei possa avere maggiore autorevolezza con il bambino;
intanto il rapporto madre-figlio si fa sempre più teso, conflittuale.
Perché questo bambino non riesce a svolgere compiti che fanno tutti, al
di là dell’essere più o meno maturi?
Eppure i familiari lo seguono, talvolta tartassandolo di stimoli,
raccomandazioni, ammonimenti, rimproveri. Tutte queste domande, che non
trovano una risposta adeguata, creano un clima in cui l’ansia si
ripropone giornalmente.
Come riuscire a trovare le “parole per dirlo”? descrivere
la preoccupazione, il senso di disagio e d’inadeguatezza, il
disorientamento, la frustrazione che cresce, giorno
dopo giorno, all’interno di quella famiglia?
Sono anni faticosi,
sempre di più, perché Andrea rimane, comunque, indietro rispetto agli
altri compagni di scuola…
Instancabili nel cercare di capire
e di dare un nome al problema, i genitori consultano diversi esperti, più
o meno “esperti”, per la verità quelli nei quali si sono imbattuti,
pagando profumatamente, nei centri privati, tutti coloro che sostengono,
talvolta anche “illusoriamente”, di poterli aiutare.
E intanto passano gli anni, fra aspettative e illusioni, il bambino perde
la stima di se stesso, perché subito si accorge che non sa fare, ha
bisogno di più tempo, che la scuola non può, non vuole, o non sa dare.
Solo nel secondo quadrimestre della terza elementare uno specialista
competente riconosce e dà un nome al problema di Andrea:
DISLESSIA.Finalmente, almeno, essi sanno che cosa dover affrontare, e
sanno di dover subito cercare un aiuto specifico nel supporto logopedico.
I due genitori si rendono conto che l’ essersi assunti il
compito di fare da insegnanti per il loro figlio è duro, perchè non si
possono confondere i ruoli: dove sono implicati i sentimenti, le
aspettative non soddisfatte creano rifiuti, ostilità che,
inevitabilmente, si ripercuotono in tutti i rapporti. Solo adesso, dopo
tutto questo percorso accidentato, gradualmente, la mamma, distanziandosi
dal problema scolastico, paradossalmente recupera la relazione
emotivo-affettiva con Andrea.
La solidarietà, sperimentata concretamente nell’Associazione, che aiuta
bambini e genitori a non sentirsi completamente soli, allo sbaraglio di
fronte ad una problematica così poco conosciuta, ha consentito di
recuperare e trovare nuove energie, l’emozione di un amore che ha
sofferto, ma che può dare e ricevere ancora tanto nutrendosi
scambievolmente. Questa storia non si conclude con un epilogo felice o
triste: le pagine a seguire sono bianche, tutte ancora da
scrivere.…………….
E’ evidente che si tratta, in ogni modo, di una sfida difficile, ma per
affrontarla non possiamo essere soli!
testimonianza della madre
di un ragazzo dislessico
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